I tre elementi che costituiscono la self-compassion sono: gentilezza verso se stessi, senso di umanità comune e mindfulness.

Gentilezza verso se stessi

La self-compassion comporta l’essere gentili e comprensivi con noi stessi nel momento in cui soffriamo, quando sbagliamo o ci sentiamo inadeguati, invece di ignorare questo dolore o di crocefiggerci con autocritica. Chi pratica la self-compassion riconosce che è inevitabile l’essere imperfetti, fare errori e fare esperienza di tutte le difficoltà della vita e questo porta ad essere gentili con se stessi tutte le volte che si fa esperienza di dolore, invece di arrabbiarci quando la vita non ci da quello che vorremmo. Non si può avere sempre quello che si desidera e nemmeno essere sempre come si vuole. Nel momento in cui neghiamo e proviamo a combattere questa realtà della vita, la sofferenza aumenta sotto forma di stress, frustrazione e autocritica. Quando, invece, accettiamo quello che è ci è successo con gentilezza e affetto, faremo  esperienza di un maggiore equilibrio emotivo.

 

Senso di umanità comune

Il senso di frustrazione che sorge quando le cose non vanno esattamente come vorremmo è accompagnato di frequente ad una sensazione – irrazionale ma pervasiva – di isolamento, come: “Io sono l’unico a soffrire o a sbagliare così tanto”. In realtà tutti gli esseri umani soffrono. La definizione stessa di “umano” comprende imperfezione e vulnerabilità. Ne consegue che la self-compassion implica il riconoscere che la sofferenza e il senso di inadeguatezza che ci accompagnano sono parte di un’esperienza umana condivisa, qualcosa che tutti incontriamo e non qualcosa che capita solo a noi. Quando invece riusciamo a  riconoscere la nostra comune umanità, gli sbagli e le difficoltà della vita non vengono presi in modo così personale, ma possono essere vissuti con maggiore comprensione e una compassione senza giudizio.

 

Mindfulness

La self-compassion implica anche l’avere un atteggiamento equilibrato verso le emozioni negative, in modo che le sensazioni e i sentimenti che nascono non vengano nè esagerati nè sminuiti o soppressi. Questo atteggiamento equanime dipende dal riuscire a mettere in relazione la nostra esperienza con quella di altre persone che soffrono, in modo da riuscire a vedere la nostra situazione in una prospettiva più ampia. Questa equanimità deriva anche dall’intenzione di voler osservare pensieri ed emozioni negative in modo aperto e onesto, così da poterli tenere con noi nella consapevolezza della mindfulness. La mindfulness infatti,  può venire definita come uno stato mentale accogliente in cui osserviamo sensazioni e pensieri esattamente così come sono, senza giudizio e senza provare a sopprimerli o far finta che non esistano. Se ignoriamo il nostro dolore, diventerà impossibile offrirci un po’ di compassione. Inoltre la mindfulness ci aiuta a non “sovraidentificarci” con  pensieri e sensazioni, che altrimenti ci coinvolgerebbero a tal punto da portarci ad avere reazioni impulsive ed esagerate.